venerdì 13 giugno 2008

Machine Head

Credo si possa dire tranquillamente che qui siamo di fronte ad un disco che ha fatto la storia del rock; senz'altro il gruppo in questione, i Deep Purple, hanno fatto storia, pero' credo che questo sia uno dei loro capolavori meglio riusciti.

Basterebbe un pezzo contenuto nel disco per renderlo storico: Smoke on the Water! Si', la canzone col mitico Riff (notare la maiuscola)! Quel riff che tutti una volta nella vita, con in mano uno strumento a corde, ha provato a suonare e si e' subito sentito proiettato nel rock! Quel riff che tutt'ora uno si chiede "ma come hanno fatto a tirarlo fuori?".

Ma Smoke on the water non e' l'unico gioiellino del disco; in realta' si potrebbe dire che praticamente tutti i pezzi del disco sono gioiellini; pero' uno in particolare merita un'ulteriore citazione, e cioe' il primo pezzo: Highway Star! Scusate se da chitarrista metto subito l'accento sull'assolo di chitarra (tutto il pezzo e' fantastico), ma qui siamo in presenza di uno dei piu' bei assoli di chitarra del rock, e soprattutto si tratta di un assolo che ha fatto storia! Dentro c'e' la genialita' e la spettacolare tecnica del grande Ritchie Blackmore! Molti all'epoca rimasero stupefatti da quest'assolo che presentava idee tecniche e melodiche molto interessanti, come gli arpeggi che sono appena prima della parte funanbolica rappresentata da quelle veloci quartine (si', sono quartine e non terzine, nonostante le note siano solo tre, la terza e' ripetuta; e non sono poche le trascrizioni che sbagliano quando riportano la trascrizione di questa parte)!

E che dire di Lazy? Un altro cavallo di battaglia del gruppo! Pezzo quasi strumentale (se non fosse per un breve intervento cantato a meta' del pezzo), dove tutti si scatenano durante tutta la lunghezza del brano. Non mi e' mai riuscito di trovare un pezzo brutto in quest'album! Peraltro e' strano che Never Before, nella quale il gruppo aveva creduto come singolo di punta, non abbia mai avuto il giusto successo, ma lo meriterebbe!

Mi permetto di concludere il post facendo un po' di pubblicita' alla cover band dei Deep Purple in cui suono da quasi 10 anni, i Purple Sucker, ed i relativi siti web: http://www.purplesucker.com, http://youtube.com/purplesucker, http://myspace.com/purplesuckerband.

sabato 24 maggio 2008

The Blue Mask

Ahime', il primo album di cui parlo che non e' un 33 giri ovvero che posseggo solo in versione CD. D'altronde a Lou Reed ed ai Velvet Underground arrivai relativamente tardi: l'ultimo periodo dell'universita' quando ormai i dischi in vinile erano sempre meno presenti nei negozi di dischi (ora sono spariti anche i negozi, ma lasciamo perdere, questa e' un'altra storia). A "The Blue Mask" sono associati due anni: il 1981 ed il 2001. La prima associazione e' oggettiva, e' l'anno di uscita dell'album. La seconda e' fortemente soggettiva. Fu uno dei pochi album che portai con me a Berkeley dall'Italia quando andai a trascorrere li' qualche mese proprio tra l'estate e l'autunno del 2001.

Bei ricordi ma anche brutti brutti ricordi. "The Day John Kennedy Died" e' uno dei pezzi dell'album e dal titolo e' evidente qual e' il tema della canzone. Deve essere un giorno come tanti altri invece accade qualche cosa che non ti aspetti, che i piu' non si aspettano, e quel giorno, insieme a tutti i ricordi ad esso associato, rimane impresso nella memoria personale e collettiva. Ti svegli la mattina, prima di cominciare la giornata un'occhiata veloce alle notizie in rete e vieni a sapere che le due torri sono crollare: il mondo non sara' piu' lo stesso. Mi rendo conto che questa non e' certamente una delle migliori canzoni di Lou Reed ma e' comunque una delle mie preferite. Anche se mi sono reso conto di quanto questa rappresentasse per me quando l'ho ascoltata la prima volta dal vivo l'estate scorsa. Forse anche per via della sua voce esitante (che dal vivo non e' mai stata 'sto granche') che contribuiva a renderla ancora piu' sofferta e partecipata. Chissa', i misteri della musica!

Ma non c'e' solo "The Day Jonh Kennedy Died" in "The Blue Mask". Le altre canzoni non sono di certo piu' allegre ed ottimistiche, anzi! Degrado, violenza, insicurezza e paura sono temi che si affacciano in quasi tutto l'album. Tuttavia l'inizio non lascia presagire tutto cio' infatti "My House" e "Women" sono dolci, positive e rilassate. Chiude una canzone d'amore, "Heavenly Arms". In mezzo l'inferno! Ed e' questa la parte migliore del disco. Indimenticabile e' "The Blue Mask" (la canzone) con le sue chitarre elettriche tirate e violente quasi quanto il suo testo. Ci si arriva passando per le gia' citate "My House" e "Women". Poi, attraverso un crescendo di toni e ritmi, si sale fino ad una esplosione che comincia con una lunga introduzione di chitarre distorte seguite da un incalzante giro di basso di Fernando Saunders (da questo album in poi sara' quasi sempre presente nelle future produzioni di Lou Reed). Con le successive "Average Guy" e "The Heroine" si trova il tempo per rilassarsi prima della successiva cavalcata elettrica di "Waves of Fear" dove il protagonista e' proprio il terrore e la paura generate da non si sa bene cosa. Panico allo stato puro che paralizza, blocca il respiro. Forse e' solo un brutto sogno. Si aprono gli occhi ed ecco "The Day John Kennedy Died".

venerdì 9 maggio 2008

Riccardo Cocciante


Il fantastico connubio tra parole e musica ha sempre affascinato un po’ tutti. Ci sono delle collaborazioni musicali dove un testo diventa eccellente proprio grazie alla sua integrazione con il pezzo musicale abbinato, tanto da crearne un binomio inscindibile.

Penso che sia per questo che ci si ritrova a canticchiare delle canzoni cosi’ per caso in un posto qualsiasi ricordandosi non solo la perfetta intonazione delle melodie ma anche tutte le esatte parole, addirittura dopo decenni dall’ultima volta che le hai sentite.

Certo è anche necessario che il momento in cui si ascoltavano con maggiore frequenza sia stato particolarmente importante: non sto a dilungarmi sulla relativa importanza in quanto su questo mi sono gia’ espresso nel precedente intervento su questo blog.

E’ nel periodo della mia vita dove stavo lasciando dietro le spalle i miei giocattoli, le mie letture adolescenziali durante il quale gli affetti e i sentimenti stavano per essere travolti da un uragano, che ho fatto conoscenza con la musica di Riccardo Cocciante.

Sono state le sue canzoni che mi hanno aiutato a capire cio’ che all’epoca mi stava succedendo: la solitudine che in quel periodo mi attanagliava, i nuovi desideri che facevano capolino nel mio essere e nella mia anima potevano avere una spiegazione nelle sue stupende canzoni. Grazie a esse capivo che quel bambino che stava per diventare grande aveva delle emozioni con un senso.

Azzardo a dire che le domande esistenziali che chiunque nella sua vita si è posto possono trovare risposta nei suoi primi album, i prime sette, che guarda caso coincidono proprio con la collaborazione artistica con i grandi Paolo Cassella e Marco Luberti:
1972 Mu
1973 Poesia
1974 Anima
1975 L'alba
1976 Concerto per Margherita
1978 Riccardo Cocciante
1979 ... E io canto

Il desiderio verso la persona amata corrisposto o meno, il suo distacco, la solitudine, l’amore verso le piccole cose, l’amicizia non sono forse queste le cose piu’ belle della vita?

Provate a prendere un LP a caso fra i magnifici sette sopra citati e potrete rigustare quelle magiche sensazioni fatte di tormenti e passioni: provare per credere.

Chi scegliere fra questi per portarsi dietro in un isola deserta? Ovvio! Quello che secondo la critica musicale fra di loro è il meno attraente e che viceversa, per me,  è forse il migliore. Questo a dimostrazione che i sentimenti che si prova nell’ascoltare Riccardo Cocciante sono soggettivi. Quindi via libera all’LP che vede come titolo proprio il suo nome, ed è giusto che sia cosi’ per le emozioni particolari che è riuscito a trasmettermi dal 1978 data della sua uscita.

L’album inizia con Notturno una poesia messa in musica che Riccardo Cocciante amalgama magistralmente , come del resto ci riesce in gran parte dei pezzi della sua enorme discografia: la voce che regala alle strofe che canta si lascia spesso andare a dei passaggi in un crescendo progressivo in cui dimostra le sue grandi capacita’ di vocalizzazione.

Stupida commedia è il secondo brano che, al contrario del primo, offre un cantante perduto volutamente in una rassegnata interpretazione, utile a trasmettere quanto sia difficile portare avanti un rapporto sentimentale in cui si crede.

Colsi una rosa, una specie di madrigale eseguito con un gusto sopraffino riadattato alla musica dei giorni nostri. Anche in questo caso Riccardo Cocciante dimostra che le emozioni possono essere interpretate nei modi piu’ disparati, riuscendo a non smarrire, in questa atipica interpretazione, il significato della propria musica.

Un amore è capace anche di trasformarti e di renderti l’uomo piu’ felice della terra. Capita pero’ che non si riesca a fare capire al proprio amore quanto veramente gli si vuole bene, e allora ci si puo’affidare anche a Storie: grazie a queste si puo’ riuscire a dimostrargli la sua immensita’, come del resto ci è riuscito Riccardo Cocciante in questa straordinaria canzone. Ascoltatela se non lo avete ancora fatto e poi mi ringrazierete.

Una vita che si evolve e un amore che cambia perche’ è la vita che ci cambia: e’ la spiegazione che Riccardo Cocciante da' alla persona amata: A mano a mano, col passare del tempo, solo la forza dell’amore potra’ riuscire a rinsaldare un legame in crisi.

Voglio poi concludere con due pezzi che ogni qual volta ascolto provo sensazioni uniche:
Tornero’ , commovente come non mai. Non so quante volte l’ho cantata nei momenti piu’ tristi. Il desiderio di tornare a un affetto e’ espresso in questa canzone con delle parole stupende, con la solita fantastica musica, per non parlare della struggente mai troppo ascoltata Non andartene via: 124 secondi che nel mio iPod saranno per lei sempre disponibili:

Non andartene via
Neanche solo una notte
Troppo fredda la notte
Se non dormi con me

Non andartene via
Anche se per un’ora
Sembra eterna quell’ora
Se non sei qui con me

Leggi questa poesia
dice che tu sei mia
Parla della follia
che io sento per te

Non andartene via
Neanche solo un istante
Da solo un instante
Morirei senza te

giovedì 1 maggio 2008

Out of this World

Ancora una volta uno dei miei dischi preferiti e' uno di quei dischi che in qualche modo ha segnato un momento particolare nella mia vita. Era il 1989 quando usci' questo disco, questo mitico disco!

All'epoca mi ero appena affacciato alla scena rock, hard rock, e rock melodico (di cui gli Europe sono uno dei maggiori esponenti). Gli Europe erano gia' famosissimi in tutto il mondo per il grande successo che ebbero con l'album (e soprattutto con la title track) "The Final Countdown", del 1987, con quell'intro che ormai tutti conoscono.

All'epoca gli Europe (forse lo sono ancora) erano uno di quei gruppi "da ragazzine", rapite dalla bellezza e dalle lunghe chiome dei componenti (soprattutto del cantante Joey Tempest). Quindi mi ricordo che erano abbastanza snobbati da noi maschietti :-) Dopo un po' di scietticismo, pero', mi misi ad ascoltare meglio la musica degli Europe e questo disco mi colpi' in modo particolare per le melodie che si mischiavano molto bene con suoni hard rock, chitarre graffianti, e strutture semplici ma di impatto.

Nel 1989 andai a vedere il mio primissimo concerto (gli Eight Wonder, si', proprio quelli di Patsy Kensit) e poco dopo decisi di provare ad andare a vedere gli Europe che suonavano anche a Firenze...

Quel concerto non lo dimentichero' mai! Fin dal primo pezzo (preso da questo disco e poi diventato uno dei miei preferiti), "Ready or Not", gli Europe dimostrarono di non essere solo un gruppo da ragazzine ma di avere il rock nelle vene. All'epoca non sapevo tantissimo di musica, pero' quel concerto mi trascino' e soprattutto rimasi davvero impressionato dal chitarrista, Kee Marcello (che subito dopo The Final Countdown sostitui' il chitarrista storico della band, John Norum). Suonava divinamente; questa almeno fu la mia impressione (peraltro giusta) da perfetto ignorante di chitarra.

Kee Marcello (acclamato a ragione come virtuoso della chitarra) suonava dal vivo (proprio come nel disco) ritmiche e assoli pazzeschi con una disinvoltura allarmante (e con movenze rock tipiche) e quindi mi colpi' pezzo dopo pezzo. In piu' proprio in quel concerto, scoprii che uno dei miei pezzi preferiti dell'album, "Open Your Heart" (classica ballad, rispolverata in "Out of this World", anche se originariamente era gia' apparsa nel secondo disco della band, "Wings of Tomorrow") aveva l'intro principale suonato con la chitarra acustica (ve l'ho detto che all'epoca ero molto ignorante di strumentazione :-)

Piu' di due ore di musica dove furono suonati i pezzi piu' famosi del gruppo e quasi tutti i pezzi di "Out of this World"!

Uscito, emozionatissimo, da quel concerto ricordo che presi la decisione di imparare a suonare la chitarra; la cosa buffa e' che ero convintissimo che suonare la chitarra rock era semplicissimo, vista la disinvoltura con cui suonava Kee... quanto mi sbagliavo! Ma questa e' un'altra storia ;-)

Non potete immaginare l'emozione che provai quando nel 2004 gli Europe si riformarono e dopo 12 anni di assenza dalla scena, ci regalarono un nuovo disco e tanti splendidi altri concerti (purtroppo John Norum e' tornato nella band al posto di Kee Marcello, ma anche John e' un grande chitarrista grintoso).

"Out of this World" rimane quindi uno dei miei dischi preferiti in assoluto e che ogni tanto riascolto sempre con grande piacere.

Lasciatemi finire con queste piccole citazioni:
Open your heart and let the good times rock, because there's more than meets the eye! ;-)

martedì 22 aprile 2008

Tin Machine


Gli anni 80, ve li ricordate? Le tastiere che si imbracciavano come chitarre (ma erano in grado di suonare?), le batterie che emettevano un suono simile al sintetizzatore sonoro del mio Vic 20, belloni cotonati che cantavano senza microfono e si agitavano con delle chitarrine che, ovviamente, non erano collegate ad alcun amplificatore. Le ragazzine adoranti che si strappavano le vesti per questi pupazzotti messi su in qualche laboratorio dalle case discografiche. Quanti di quei gruppetti di cialtroni sono stati acclamati come gli ennesimi eredi dei Beatles? Il trionfo della musica di plastica (e mi voglio fermare alla musica!).

Questo fenomeno non ci avrebbe scombussolato piu' di tanto se fosse stato limitato soltanto alle meteore che scomparivano dopo il primo 45 giri; tant'e' che si ripete periodicamente. La cosa terribile fu la conversione alla "musica di plastica" da parte di mostri sacri protagonisti degli anni '60 e '70. In questi anni (gli '80), forse spinti dal desiderio di sperimentare nuove soluzioni offerte dalla tecnologia, artisti come Neil Young, Lou Reed, Rolling Stones, David Bowie - e l'elenco potrebbe continuare - hanno prodotto il peggio della loro discografia.

Restiamo su David Bowie. In quegli anni pubblico' Let's Dance, Tonight e Never Let Me Down. Tre esempi perfetti di musica finta e inutile, insomma, insignificante. Tuttavia si trattava pur sempre di Bowie, quindi roba inutile ma di gran classe.

Il decennio sta per finire, siamo nel 1989, l'inconsistenza della musica del decennio che stava per terminare era oramai evidente anche agli stessi protagonisti. Si sentiva il bisogno di cambiare e riportare la musica rock alle origini, alla semplicita' del suono voce-chitarre-basso-e-batteria. David Bowie, Reeves Gabrels, Tony Sales e Hunt Sales danno il via al progetto Tin Machine.

Il loro primo disco (che ha il nome della band) esce proprio nel 1989. Il nome di David Bowie non compare in copertina, compare soltanto nell'elenco dei membri della band. Gli altri tre sono quasi sconosciuti al grande pubblico anche se i fratelli Sales avevano gia' avuto modo di farsi notare nella sessione ritmica che accompagnava Iggy Pop sul finire dei '70.

Veniamo al disco. Il suono e' molto duro e la produzione e' scarna. Tirato dalla prima all'ultima canzone. Un disco di rottura, e non solo dal punto di vista musicale ma anche nei testi delle canzoni che spesso affrontano temi difficili, duri con un linguaggio spesso oscuro e brutale. Tra le canzoni, piu' o meno tutte allo stesso livello, nessuna hit da "all the best"; invece dodici canzoni che compongono un disco solido ed omogeneo. La versione su CD che ho comprato recentemente contiene due bonus track per niente male. Tuttavia, a me che ho apprezzato l'LP originale, questi due pezzi in piu' sembrano dei corpi estranei.


Il secondo disco del gruppo, Tin Machine II, e' stato accompagnato da un tour mondiale in piccoli locali e teatri in cui venivano proposte soltanto canzoni dei due album dei Tin Machine insieme a un paio di cover. Nessuna concessione al vecchio repertorio di Bowie.

Qualcuno potrebbe dire che non e' vero che negli anni 80 la musica era rappresentata soltanto dai capelloni cotonati e dai vecchietti che si sono piegati all'uso eccessivo dei sintetizzatori. Effettivamente questo e' vero, in quegli anni si continuava a fare del buon rock soprattutto sperimentale (un gruppo tra tutti i Pixies). Il punto e' l'ignoranza di chi scrive: ho conosciuto questi gruppi qualche anno dopo, quando alcuni erano gia' sciolti! A proposito di Pixies, ho sentito parlare di loro per la prima volta proprio grazie alla cover di Debaser che facevano i Tin Machine nelle esibizioni live.

Purtroppo dopo Tin Machine II soltanto un VHS dal vivo (mi sembra a Stoccarda), qualche buon bootleg ma nessun altro disco di inediti. Si vociferava a proposito di un Tin Machine III che non e' mai arrivato. Dopo l'avventura Tin Machine, David Bowie e' tornato a fare il "solista" ma questa e' un'altra storia.

domenica 23 marzo 2008

Images and Words

Sperando di non prenderla troppo alla larga, vorrei dettagliare cosa mi lega, oltre all'aspetto musicale, a questo album che e' decisamente fra i miei preferiti (se non il mio preferito). Quando usci', ormai nel lontano '92, la mia scena musicale preferita, cioe' quella hard rock, street metal, AOR, glam rock era ormai in declino, spazzata via dal grunge, genere musical caratterizzato dalla scarsa tecnica musicale e dai muri di chitarre sgraziati; questo e' ovviamente uno dei motivi che mi ha sempre fatto odiare il grunge, ma questo e' un altro discorso...

In questo periodo non c'erano molti nuovi dischi che mi entusiasmavano, perche' come detto sopra, o i gruppi che mi piacevano si scioglievano, oppure si adattavano al grunge (situazione forse peggiore!). Quando il mio maestro di chitarra di allora mi fece ascoltare questo disco, rimasi immediatamente colpito e stupefatto perche' era da un po' di tempo che un disco/gruppo nuovo non catturava la mia attenzione. E Images and Words dei Dream Theater colpi' subito nel segno!

Da chitarrista, non potevo che rimanere affascinato dalla tecnica magistrale del chitarrista John Petrucci; tuttavia, non sono uno che ascolta un gruppo solo per la tecnica. Quello che mi colpi' di questo disco fin dal primissimo ascolto erano le strutture delle canzoni, complesse ma comunque melodiche, intricate ma comunque di facile presa, dolci ma comunque heavy al punto giusto. Che piacevole shock! Acquistai subito il disco, e lo "consumai"!

I Dream Theater hanno senz'altro riportato alla luce il progressive, anche se in una vena piu' heavy. Ricordano soprattutto le melodie e le strutture articolate dei pezzi dei Kansas, hanno la potenza dei Rush, e l'impatto (a volte piacevolmente devastante) del trash dei Metallica, anche se non disdegnano spesso gli aspetti melodici e psichedelici alla Pink Floyd, e mantengono sovente la fede legata all'hard rock d.o.c. dei Deep Purple e Led Zeppelin.

Con questo disco (e' il secondo della loro discografia) i Dream Theater hanno catturato molti fan e sono diventati uno di quei gruppi molto imitato (spesso con scarso successo) e senz'altro sono di quei gruppi che si amano o si odiano :-)

Images and Words inizia con "Pull me under" i cui riff graffianti e molto heavy ricordano i pezzi dei Metallica originali, anche se qui ci sono stacchi tecnici e parti un po' piu' melodiche. La chitarra di John gia' dal primo pezzo si mette in mostra con diversi aspetti virtuosistici, ma la tastiera di Kevin Moore le tiene testa. Ma e' il secondo pezzo, "Another Day" che mi colpi' al primissimo ascolto: una fantastica ballad, densa di melodia, sia nelle linee vocali, sia nell'assolo di chitarra (uno dei piu' belli di John senz'altro, che dimostra che non sa andare solo veloce ma che ha un tocco che fa "cantare" la chitarra).

Segue poi "Take the time" pezzo di discreta lungezza (cosa che caratterizza spesso i Dream Theater) che contiene vari cambi di tempo, ma che fa della melodia lo scopo principale. Peraltro nel mezzo si assiste ad una parte strumentale pazzesca e mozzafiato, che ancora una volta riesce a coniugare tecnica e gusto melodico. Una cosa buffa di questa canzone: prima del pezzo strumentale, il cantante dice "I can see much clearer now I'm blind" e subito dopo si sente la frase in Italiano "Ora che ho perso la vista, ci vedo di piu'" (direttamente da Nuovo Cinema Paradiso). La prima volta che sentii il pezzo mi chiesi... chi ha parlato? Credo abbia fatto lo stesso effetto a tutti gli Italiani ;-) E poi, "Surrounded", pseudo ballad, con un tempo dispari e con melodia affascinante.

E dopo... dopo... arriva "Metropolis Part I"... ah! un gioiello adorato dai fan (ed ovviamente odiato dai non-fan) che secondo molti meglio rappresenta i Dream Theater; toni epici melodici, sostenuti come sempre da una tecnica impressionante, da linee melodiche orecchiabili e ancora una volta da una parte strumentale pazzesca (dove si assiste anche ad un piccolo solo di basso con tapping, che John Muyang, il bassista, non si "scrollera'" mai di dosso).

Altro pezzo che colpisce nel segno, "Under a Glass Moon", che alla strofa melodica alterna un ritornello molto heavy. Ancora una volta, da chitarrista, non posso che rimanere impressionato da un altro solo di chitarra in cui John mostra tutta la sua tecnica, bravura e tocco.

Prima del gran finale, il bellissimo pezzo caratterizzato soprattutto dal piano, "Wait for sleep" che viene direttamente dal tastierista Kevin Moore; il tema del pezzo viene poi ripreso nel pezzo finale del disco, (e che finale!) "Learning to live", il pezzo piu' lungo del disco, piu' di 9 minuti. Ancora una volta i Dream Theater mettono in mostra tutta la loro bravura compositiva (per la quale l'innegabile tecnica musicale e strumentale e' il mezzo, non il fine!).

Non potrei fare a meno di questo disco! Ed i Dream Theater rimangono tutt'oggi uno dei miei gruppi preferiti (rimando alla sezione apposita del mio blog musicale).

Altra piccola curiosita': nello specificare gli autori delle canzoni, invece di scrivere "music by... lyrics by..." e' scritto "images by... words by..." ed in effetti mi piace pensare alle canzoni di questo disco come ad immagini e parole.

I concerti dei Dream Theater sono un altro momento bellissimo, anche se, temo, Gianluca non sia d'accordo... ;-)
ma questa e' un'altra storia.

Ringrazio i teatranti del sogno, per avermi riportato a sognare, dopo gli incubi del grunge :-)

venerdì 14 marzo 2008

Southern Rock Opera


Sul fatto che un disco dei Drive-By Truckers sarebbe andato a finire nella lista dei miei 33 non avevo alcun dubbio. Sul fatto che questo disco sarebbe stato proprio Southern Rock Opera nemmeno. Il dubbio era se rompere il ghiaccio proprio con i DBT oppure seguire un percorso diverso.

Di dischi significativi nella mia vita ce ne sono parecchi e anche abbastanza diversi tra di loro. Tuttavia quello che ho scelto rappresenta maggiormente il presente. Li ho ascoltati per la prima volta non molto tempo fa', sara' stato il 2004 e proprio attraverso Southern Rock Opera. Da allora non ho piu' smesso.

Mi rendo conto che i DBT non godono in Italia della stessa popolarita' di cui gode Lucio Battisti quindi occorre introdurre brevemente il gruppo. Sono americani, in particolare vengono dal profondo sud degli Stati Uniti, l'Alabama. Fanno un rock grezzo, energico e senza particolari fronzoli ed orpelli. Il suono e' molto chitarristico (tre chitarre anche dal vivo). Le influenze vanno da Neil Young & Crazy Horse, Bruce Springsteen, Tom Petty ed ovviamente il southern rock dei Lynyrd Skynyrd. Altra caratteristica del gruppo e' la presenza di tre compositori e tre voci soliste (come disse un mio amico che venne ad un loro concerto "canta chi si trova piu' vicino al microfono"). I loro testi per lo piu' raccontano le piccole storie, spesso tragiche, dei sobborghi dei piccoli centri del sud rurale che ben si adattano a descrivere altri sud del mondo.

Ma veniamo al disco in questione. Questo e' un album doppio (2CD oppure 2LP), un concept album in due atti: due dischi - due atti, non fa' una piega. Il primo atto inizia alla fine degli anni 70, il protagonista ha appena terminato il liceo, scioglie la sua band dopo la morte dell'amico Bobby per incidente stradale, stava ascoltando i Lynyrd Skynyrd e quando arrivano i soccorsi Free Bird sta ancora suonando sull'autoradio, e' una canzone molto lunga. Attraversa gli anni ottanta vivendo l'ascesa della disco-music, di MTV. Si trasferisce in citta', diventa un punk rocker e cerca di nascondere il suo accento meridionale. Ma gli anni passano ed il passato pian piano riaffiora ... Nel secondo atto, il protagonista si ritrova proiettato nei giorni nostri. Esegue una musica che evoca il southern rock dei giorni gloriosi raccontando storie di un sud dimenticato e che nessun altro racconta.

I DBT permettono ai fans di registrare i loro concerti e divulgarli. Molti dei loro concerti sono liberamente disponibili in rete (http://www.archive.org/details/Drive-ByTruckers). Tra questi si possono ascoltare quelli del 18 e 19 Gennaio 2002 allo Zephyr di Salt Lake City in cui viene eseguito tutto Southern Rock Opera: due serate - due atti, ancora nessuna piega.